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17 January, 2009

Le porte invisibili

Quel genio di Italo Calvino scrisse un romanzo bellissimo, intitolato Le Città Invisibili, in cui Marco Polo alla corte di Kublai Khan descrive le incredibili città incontrate nei suoi viaggi. Ognuna di esse ha una personalità, un’architettura e una storia a sé (come raffigura l’artista di questo sito: le città invisibili). Senza le doti del grande scrittore, proverò a raccontarvi le storie che viaggiando per la città mi hanno raccontato le porte di alcuni edifici, attraverso le loro architetture e le loro diverse personalità (deciderete voi se sono vere o inventate) .

Upper East Side

Josephine si stava sottoponendo a un trattamento anticrespo per sfoggiare una inedita acconciatura al ricevimento che la attendeva in serata. Il suo letto era ancora disfatto e le ultime coperte di seta arrivate fresche fresche da una sartoria cinese le avevano regalato un sonno morbido e spensierato. La primavera era alle porte e la cosa non le dispiaceva affatto. Come ogni anno, si sarebbe liberata di quei ridicoli cappotti, per poter scendere a Central Park e intrecciare i suoi lunghi e biondi capelli ai fili d’erba. Non era in grado di apprezzare fino in fondo la fortuna che aveva avuto a nascere in uno dei quartieri più ricchi della città. Ma era dotata di una innata sua eleganza, come tutti i levrieri afgani, tanto che neanche una volta fu tentata di fare pipì sul vaso posto fuori il portone di casa.

Greenwich Village


Aveva preso una bambola gonfiabile e la aveva vestita dalla testa ai piedi: un cappello fatto a mano da una vecchia signora di Harlem, una camicia bianca con i gemelli come piacevano a lei, un cappottino in tessuto eco, verde menta, una borsa di Guess, un bracciale portafotuna thailandese e l’ultimo modello di All Stars. Dentro la borsa due biglietti per vedere Stomp. Erano tutti i regali che aveva comprato per il compleanno della sua adorata Marianne. Lei lo aveva raggiunto per un Master in Giurisprudenza. Stavano insieme da due anni, ma a distanza, e questi tre mesi insieme li riempivano di gioia. Quella notte accesero mille candele e lui il giorno seguente dipinse la porta che dava sulla strada dei colori della sua anima, affinché il loro sogno non si sgonfiasse mai.

Soho


Qui vive una star, un divo, chiamatelo come volete. Nessuno sa cosa ci sia dietro la sua porta. A Manhattan ha cinque ristoranti, nel mondo sei mogli. Ma il suo intenso e appassionante sguardo non ce lo ha nessuno, in tutto l’universo…

Lower East Side


Mouggly veniva da Minneapolis. Ai tempi del College la sua bellezza aveva distolto tutta la scuola dagli studi. Biondo, statuario, dal sorrido perfetto. Beveva e fumava né più né meno dei suoi compagni. Ma avere una madre attrice, che ha lasciato tutto per poter seguire una compagnia di terz’ordine, solo per andare contro tutti i sistemi non lo aveva aiutato a liberarsi di quella fama di conoscere, che già recitando ore davanti allo specchio da piccolo si era manifestata. Quando arrivò a New York per seguire Annabelle, allora sua compagna, non aveva un dollaro. Si appoggiarono nel corridoio di un vecchio zio di lei, con un saccoapelo e una bici in due. Dopo un anno, lei riuscì ad ottenere una particina in un musical di Broadway e anche Mouggly la seguì, come operaio di scena. Li potevi trovare, durante il loro giorno di pausa, al Chakra, uno degli unici cinque locali di Manhattan in cui si può fumare, proprio in Avenue A, in pieno Lower East Side. Se passate di là buttate un occhio: lui è quello ubriaco che parla di quando a scuola trovava le ragazze nascoste nel suo letto ad aspettarlo. Lei se ne è andata. Al suo posto c’è Lia, una giornalista impegnata dai capelli lunghi e grigi, come i respiri di questo posto.

Dietro la porta di casa mia c'è la polvere dei miei ritorni della mia strada c'è l'ombra della mia anima cantava Cristiano De André. Forse non aveva tutti i torti. Il mio augurio è che quando si chiude una porta si apra sempre un portone.

02 September, 2008

Quello che le guide non dicono - 1° Puntata

“Sfogliate pure, visitatori di ogniddove, sottolineate con l’evidenziatore le tappe imperdibili del vostro prossimo viaggio. Ma nessuna guida è migliore del luogo stesso in cui vi trovate. Basta ascoltarne il respiro e seguirne il ritmo. A quel punto sì che sarete davvero persi. Dentro un nuovo fantastico mondo.”

Nel cuore di Manhattan, a ventisette passi da Time Square, c’è un bar dove si parla solo lo spagnolo. Dopo aver ordinato un cafe, facendo attenzione che non me ne servano uno normal, che a NY significa con latte, prendo il mio cup e mi preparo a divorare chilometri.
Proprio così. Sto per ingurgitare mezzo litro di lontanissimo parente dell’espresso da un agglomerato plastico-alimentare, uno di quelli in cui da Mac Donald ti ci servono la Coca Cola. È il modo più veloce per iniziare a vivere Manhattan da autentica newyorkese.


Fingo di bere un po’ dell’infuocato caffè, visto che se lo facessi davvero le mie labbra diventerebbero un nuovo capolavoro di Picasso. Ma è servito ad ingannare la città che, riconoscendosi nel mio gesto, sta già guidandomi sulla quarantaseiesima.
Mi fermo davanti ad un tipico negozio da 99 cents: un bazar orientale in cui si può sbrigare, in modo indolore per il portafoglio, l’inspiegabile usanza italiana di dover portare un regalo a tutti quando si va negli Stati Uniti. Sopra di me solo la verticalità cristallina di un grattacielo.


Chissà quanti 0 e 1 digitati staranno cambiando il mondo in questo momento? Magari proprio da uno di questi piani che mi sovrastano… La complessità della riflessione mi spinge a saltare il discount cinese e a seguire il ritmo salsa delle streets. Salsa non per una vena latina, ma per il melting pot di possibili vite che tenta chiunque ci passeggi. A suon di congas, allora, supero la quarantesima e viro verso sud. Una giornalista americana che vive nell’East Village mi ha detto che la quarantesima è il suo off-limit. Andare oltre sarebbe sconfinare in una Manhattan che non la rappresenta.

Forse anche chi vive nel lussuoso Upper East Side non scende mai negli inferi del Village. Di certo non immaginavo che anche qui ci fosse una sorta di antagonismo cittadino, un po’ come tra Roma nord e Roma sud o tra Milano dentro e fuori le mura.


Il caffè è finito da un pezzo e voglio capire cos’altro può fare di me una newyorkese autentica, anzi in questo caso una newyorkese che non supera la quarantesima, visto che mi trovo all’altezza della ventisettesima. Vagando, mi trovo in uno slargo occupato da alcune bancarelle. Mi informo: è il Flea Market. Un orrido ammasso di cianfrusaglie che ogni sabato danno vita a questo strano mercato per essere vendute chissà a chi. Do un’occhiata, magari scovo un Andy Warhol very original, chessò uno scarabocchio di quando era piccolo finito tra questi ciaffi per caso. E invece no, ma come distolgo lo sguardo dalla montagna di roba in cui stavo rovistando, mi rifletto in una vetrata tirata a lucido, che sembra lo specchio di Alice nelle Meraviglie.
Che mondo nasconde? Senza che nessuna mappa me lo abbia segnalato, per puro caso, entro al Greenroom, tappa che nessun vero fanatico del trendy salterebbe per il brunch del sabato. E oggi è proprio sabato. La musica jazz dal vivo sembra suonata dalle piante che affollano questo locale. Ma è quell’immenso ficus benjamin a produrre l’irresistibile pezzo di Gerschwin che sto ascoltando? Non esageriamo adesso, è solo che la band è nascosta da una parente stretta della foresta amazzonica. Ci sono piante e alberi di ogni tipo. Per quindici dollari pranzo e soprattutto bevo champagne.

Altri appuntamenti americani mi insegneranno che negli Stati Uniti è un’usanza sorseggiarne durante il brunch. Intanto fuori, l’assenza di giapponesi e di zainetti Invicta mi convince che New York mi sta volendo bene, portandomi nei suoi posti più veri e paradossalmente così poco nascosti. Accetto l’invito e riprendo a camminare...

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