02 September, 2008

Quello che le guide non dicono - 1° Puntata

“Sfogliate pure, visitatori di ogniddove, sottolineate con l’evidenziatore le tappe imperdibili del vostro prossimo viaggio. Ma nessuna guida è migliore del luogo stesso in cui vi trovate. Basta ascoltarne il respiro e seguirne il ritmo. A quel punto sì che sarete davvero persi. Dentro un nuovo fantastico mondo.”

Nel cuore di Manhattan, a ventisette passi da Time Square, c’è un bar dove si parla solo lo spagnolo. Dopo aver ordinato un cafe, facendo attenzione che non me ne servano uno normal, che a NY significa con latte, prendo il mio cup e mi preparo a divorare chilometri.
Proprio così. Sto per ingurgitare mezzo litro di lontanissimo parente dell’espresso da un agglomerato plastico-alimentare, uno di quelli in cui da Mac Donald ti ci servono la Coca Cola. È il modo più veloce per iniziare a vivere Manhattan da autentica newyorkese.


Fingo di bere un po’ dell’infuocato caffè, visto che se lo facessi davvero le mie labbra diventerebbero un nuovo capolavoro di Picasso. Ma è servito ad ingannare la città che, riconoscendosi nel mio gesto, sta già guidandomi sulla quarantaseiesima.
Mi fermo davanti ad un tipico negozio da 99 cents: un bazar orientale in cui si può sbrigare, in modo indolore per il portafoglio, l’inspiegabile usanza italiana di dover portare un regalo a tutti quando si va negli Stati Uniti. Sopra di me solo la verticalità cristallina di un grattacielo.


Chissà quanti 0 e 1 digitati staranno cambiando il mondo in questo momento? Magari proprio da uno di questi piani che mi sovrastano… La complessità della riflessione mi spinge a saltare il discount cinese e a seguire il ritmo salsa delle streets. Salsa non per una vena latina, ma per il melting pot di possibili vite che tenta chiunque ci passeggi. A suon di congas, allora, supero la quarantesima e viro verso sud. Una giornalista americana che vive nell’East Village mi ha detto che la quarantesima è il suo off-limit. Andare oltre sarebbe sconfinare in una Manhattan che non la rappresenta.

Forse anche chi vive nel lussuoso Upper East Side non scende mai negli inferi del Village. Di certo non immaginavo che anche qui ci fosse una sorta di antagonismo cittadino, un po’ come tra Roma nord e Roma sud o tra Milano dentro e fuori le mura.


Il caffè è finito da un pezzo e voglio capire cos’altro può fare di me una newyorkese autentica, anzi in questo caso una newyorkese che non supera la quarantesima, visto che mi trovo all’altezza della ventisettesima. Vagando, mi trovo in uno slargo occupato da alcune bancarelle. Mi informo: è il Flea Market. Un orrido ammasso di cianfrusaglie che ogni sabato danno vita a questo strano mercato per essere vendute chissà a chi. Do un’occhiata, magari scovo un Andy Warhol very original, chessò uno scarabocchio di quando era piccolo finito tra questi ciaffi per caso. E invece no, ma come distolgo lo sguardo dalla montagna di roba in cui stavo rovistando, mi rifletto in una vetrata tirata a lucido, che sembra lo specchio di Alice nelle Meraviglie.
Che mondo nasconde? Senza che nessuna mappa me lo abbia segnalato, per puro caso, entro al Greenroom, tappa che nessun vero fanatico del trendy salterebbe per il brunch del sabato. E oggi è proprio sabato. La musica jazz dal vivo sembra suonata dalle piante che affollano questo locale. Ma è quell’immenso ficus benjamin a produrre l’irresistibile pezzo di Gerschwin che sto ascoltando? Non esageriamo adesso, è solo che la band è nascosta da una parente stretta della foresta amazzonica. Ci sono piante e alberi di ogni tipo. Per quindici dollari pranzo e soprattutto bevo champagne.

Altri appuntamenti americani mi insegneranno che negli Stati Uniti è un’usanza sorseggiarne durante il brunch. Intanto fuori, l’assenza di giapponesi e di zainetti Invicta mi convince che New York mi sta volendo bene, portandomi nei suoi posti più veri e paradossalmente così poco nascosti. Accetto l’invito e riprendo a camminare...

13 comments:

Kazu said...

Attenta perché la prossima volta là fuori ci potrebbe essere una sardonipponica (ma senza zainetto invicta, jamais!).
Fremo per le prossime puntate...

Stefania Campanella said...

magari beccassi una così a Manhattan, sai quanto mi divertirei di più?

twostella il giardino dei ciliegi said...

Proprio come descrive il titolo del blog, in questo post mi è sembrato di viaggiare da ferma ... con il caffè gigante (e ustionante) attendo il seguito ...

Stefania Campanella said...

Allora non fermarti;-)))
Mancano ancora 4 o 5 puntate.

Max said...

Già che ci sei, perchè non arrivi al numero 918 della 35esima strada ovest?
È l'indirizzo di Nero Wolfe, la vecchia casa di arenaria. Sono curioso da sapere com'è. Una foto, poi, sarebbe il massimo.
:)

Carla said...

Leggere questo spaccato di vita nweyorkese, descritto così bene da te mi emoziona...quanto vorrei essere lì!
ed è vero non c'è guida migliore di quella fatta da soli, camminando per nuove street e scoprendo posti che nemmeno sai che esistano:)
Un saluto

Stefania Campanella said...

Max: in questo momento sono in Italia, ma come "risbarco" eseguo. Se hai altre interessanti segnalazioni non esitare a comunicarcele.

Carla: che ne dici di un bel giretto insieme a Central Park?
P.S. Grazie infinite.

dede said...

tornata in azione eh?

Stefania Campanella said...

Nonpossoviversenza;-)

Il Signor P. said...

Leggendo il tuo racconto si ha la sensazione di accompagnarti lungo le strade che percorri, complimenti.

Imma said...

sicuramente in tanti ti avranno detto che hai il dono della parola: sei riuscita a farmi "camminare" con te attraverso NY.

Stefania Campanella said...

spero di riuscire a ottenere lo stesso risultato con le prossime puntate (tra dunque 5 giorni circa, ma prima avremo il piacere di leggere un altro originale e autentico articolo su tokyo). Grazie a tutti e sgranchite le gambe...

Max said...

Wow!

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